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“Del perché non sono degna di essere una social-qualcosa” o “Come un pirata mi salvò da un naufragio”

L’uomo è l’unico animale
per il quale 
la sua stessa esistenza 
è un problema che deve risolvere.

Erich Fromm – Dalla parte dell’uomo, 1947

 

Tutto è nato da una citazione tratta da un libro a me caro con annessa foto dello scrittore. 
Una citazione che ho condiviso sulla mia Pagina Facebook affinché chi mi segue, se mi segue, aprendo l’applicazione dal cellulare la mattina se la ritrovi lì come riflessione, passatempo o semplice ‘buongiorno’.
Dicevo: tutto è nato da questa citazione che mi sembrava interessante condividere.
Dopo averla postata, mentre riprendevo la mia lettura, la vibrazione del cellulare mi ha notificato l’arrivo di una raffica di messaggi su Messenger.
Era una mia cara amica che mi dimostrava tutto il suo affetto scrivendomi:
– ma che sei scema a postare cose a caso sulla tua Pagina? Pazza!

Sorpresa dalla veemenza, rispondo:
– ma come sarebbe cose a caso? È Anton Čechov![1]
– Sì, può essere anche Sbirulino [!] ma l’ho notato, sai, che posti senza regolarità, quando te lo ricordi e con contenuti incoerenti l’uno con l’altro! Su Instagram, poi, metti foto che non hanno la stessa palette di colori. Insomma: stai facendo le cose a caso (per onestà intellettuale dirò che aveva scritto “a cazzo”, ma credo che due parolacce nello stesso articolo siano troppe, vedi più in basso). Non diventerai mai una professionista.
– E come dovrei postare, scusa? – chiedo, scendendo dal cocuzzolo della montagna del sapone per sentirla meglio.
– Ah, leggiti qualche manuale, e poi capirai.
E con questo suo vaticinio profetico aleggiante nell’aria ho posato i “Quaderni” di Čechov che stavo leggendo e mi sono messa a cercare questi fantomatici manuali che mi avrebbe insegnato come si sta al mondo virtuale.

Devo ammettere di averci provato. Con tutto il cuore. 

Io ci ho provato davvero a leggere quei libricini che spiegavano per filo e per segno come fare a “esistere in rete”, ma di ognuno sono arrivata a metà, senza mai terminarli.
Se a qualcuno interessa perciò sapere come funzionano attualmente (in data odierna) gli algoritmi di Instagram, sappiate che dovreste postare almeno tre foto al giorno, tutti i giorni, assicurandovi però di pubblicarle nei momenti in cui c’è maggiore presenza del target ideale (delineato selezionando accuratamente i propri ‘amici’). Inoltre è indispensabile che la griglia delle foto sia uniforme. Se fate un corso di fotografia è meglio. 
Che poi questo non c’entri nulla con ciò che fate, poco importa: le immagini la fanno da padrone nel mondo odierno, cazzo! (usare le parolacce negli articoli e nelle ‘didascalie’ è bene, fa molto ‘moderno’, confidenziale, colloquiale. Da Sociologa direi che livella verso il basso la conversazione in modo che una quantità maggiore di lettori possa trovarcisi bene, a proprio agio, sentendosi partecipe).
Sulla Pagina Facebook invece, è fon-da-men-ta-le postare almeno un articolo al giorno. O un post. Una foto. Una frase.
Ma non deve essere la stessa di Instagram: giammai! Sarebbe una eresia.
E non dimenticate che nei commenti ci deve sempre sempre sempre essere una domanda: e che, non lo vogliamo coinvolgere il “pubblico”?
Poi l’articolo deve essere di interesse generale. O, se non può esserlo, almeno interessare chi è interessato a interessarsi a te, insomma. Che sia utile, ma anche divertente, con un linguaggio giovanile, moderno: la forma colloquiale è quella che va per la maggiore.
Come ho scritto sopra, se ci mettete una parolaccia e un paio di punti esclamativi l’articolo si impenna, ma non esagerate! o finirete per dare una brutta impressione.
Chiunque faccia meno di questo, non esiste in rete. E se non esiste in rete, non esiste tout-court.

Io giuro che ci ho provato a seguire le regole, per un poco. Qualche mese, lo ammetto: dal mio compleanno del 24 febbraio in poi ho provato a postare regolarmente, con tutti i sacri crismi. 
Sembrava andare tutto bene finché mi sono accorta che per farlo, non stavo scrivendo più.
Il mio nuovo romanzo era rimasto a metà e giaceva lì da mesi. Ai racconti nella cartella delle bozze mancava l’editing, il piccolo saggio che avevo in mente di scrivere era stato soltanto indicizzato.
In compenso, credo di aver fatto delle belle foto su Instagram, eh, non dico di no (è abbastanza colloquiale quello “eh”?).
Così, appena nella mia vita è arrivata una tempesta (metaforica), sono stata soverchiata da una piena crisi creativa e ho smesso di fare tutto contemporaneamente. 
Niente Twitter (e va bene che già lo curavo poco), niente Instagram (se volevo fare la fotografa cambiavo mestiere), niente post giornalieri sulla Pagina Facebook (ma davvero ho qualcosa di speciale e intelligente e divertente da dire tutti i giorni a chiunque sia lì fuori?)

Il fatto è che a volte mi sento triste, o alienata, o prosciugata e non ho voglia  né tempo di fare finta di essere qualcos’altro.  

Sì, be’, certo un po’ strana lo sono. Ok, sono molto strana, al punto che quando quando lavoravo a tempo indeterminato presso una multinazionale i miei colleghi mi chiamavano “la strana”, però sono una strana innocua insomma.
Più o meno.
Comunque, ciò che intendevo, è che per me non ha senso postare sui social a ritmi massacranti per stare al passo dei milioni di input che arrivano ai nostri occhi tutti i santi giorni. Non so nemmeno quanta gente leggerà questo articolo e francamente non ho interesse a installare un plugin sul sito che me lo notifichi.
Non mi sento di fingere di essere sempre felice, o propositiva, o carica energeticamente. E non mi va nemmeno di scrivere cose depressive quando non mi sento in vena (ogni tanto va bene condividere un sentimento oscuro ma i social non sono il muro del pianto).
Credo che i social siano uno strumento, e perciò non dovrebbero diventare una ossessione. 
O diventerebbero, banalmente, il fine. 
Per stare al passo con tutto, ed esistere in rete, bisognerebbe imparare a conoscere e aggirare e manipolare gli algoritmi di Instagram e Facebook. Sembra facile, ma il fatto è che sono in continua evoluzione, perciò quando arrivano qui in Italia, oltreoceano sono già desueti: non si fa in tempo a imparare una nuova modalità che è già superata e bisogna rimettersi a studiare di nuovo, in un circolo senza fine.[2]

Volete sapere come è andata a finire quando ho smesso di fare tutto? è andata a finire che sono entrata in crisi, perché non ero “abbastanza” social per soddisfare le aspettative dei cosiddetti “professionisti” (non ho nemmeno un video su Youtube! sono proprio troglodita. Non escludo di farne uno prima o poi. Ci pensate? un canale youtube con un paio di video pubblicati a distanza di mesi o anni. Un cult proprio).
E in questo vortice di dubbi e tentennamenti, i miei lavori accumulavano polvere sulla scrivania.
Finché una notte in cui non riuscivo a dormire (mi capita spesso) mi sono alzata, ho fatto una doccia e mi sono servita un drink (leggi: ho bevuto un bicchiere di vino paesano, però “servirsi un drink” fa più scrittrice maledetta, e questo sui social pare tiri un sacco! anche la frase “tira un sacco” tira un sacco).

Non avevo sonno, non avevo distrazioni, intorno a me c’era silenzio. Dentro di me c’erano tristezza, confusione, paura.

Così ho acceso il computer, ho messo su le cuffie (scrivo sempre con la musica ad alto volume e le tapparelle abbassate ma dato che era notte questo secondo dettaglio non è influente) e ho iniziato a scrivere. 
A scrivere, a scrivere, a scrivere e ancora e ancora.
Così, ho buttato giù una storia di pirati, di un naufragio e delle peripezie di questi pendagli da forca per salvare la pelle e non diventare bocconi per i pescecani.
Mi sono gettata sul letto la mattina dopo verso le otto e ho dormito fino a mezzogiorno. Il pomeriggio, solita routine di vita finchè la sera, drink alla mano, ho ripreso la storia dove l’avevo lasciata.
Una storia di pirati e di un naufragio mentre io mi sentivo sballottolata qua e là dai marosi del web.
Forte, no? Tutt’uno con la mia arte.
Poi ho terminato un racconto: questo è più poetico, parla di un pesce rosso (ritorna il senso di soffocamento, comunque, come fil rouge. E non per via del pesce).
Poi, man mano che le mie priorità tornavano in ordine, ho cominciato a mettere mani al saggio: poco alla volta sta prendendo forma. Una cosa leggera, in verità, ma divertente da scrivere. Un saggio con un indice strutturato, come parafrasi dell’ordine che stava tornando nella mia professione.
Infine, ma mai per ultimo, ho ripreso in mano il romanzo che, abbandonato a sé stesso, mi ha svelato tutti i suoi punti deboli. Essendomi fermata a metà dovrò faticare un bel po’ per riprendere il filo da dove lo avevo lasciato (grave errore da fare durante una prima stesura, che posso depennare dalla lista intitolata “tanto ormai la cazzata l’hai fatta”).
Insomma, sono stata un tutt’uno con la mia arte, che è scrivere, e mi sono sentita subito meglio.
Cosa è successo in  questi mesi in cui non ho postato nulla sui social né in questo blog è esattamente questo: ho fatto della “buona arte”, come direbbe l’ottimo Neil Gaiman (se non lo avete ancora fatto, correte e vedere il suo discorso qui e leggetevi questo articolo).
Perché quando le cose vanno male e nella vita arriva una tempesta (ce ne sono sempre, per tutti), chi sa fare qualcosa ha un’àncora a cui aggrapparsi (a proposito di navi e di pirati): la propria arte.
Man mano che scrivevo, tiravo fuori le emozioni negative e dolorose e le legavo alla carta con i lacci dell’inchiostro, fuori di me. Da lì potevo guardarle meglio e prenderne le giuste distanze.

Se non mostri e non fai vedere, non esisti, dicono.
Sarà, ma io in quelle notti mi sono riconnessa, senza wireless, a me stessa. 
Nutro un amore incondizionato per le arti: poesia, letteratura, musica, pittura, eccetera eccetera, e ciò che mi tiene a galla non è la mia presenza sui social, né quanto di me sapranno “gli altri”, ma l’emozione che mi dà immergermi nell’arte. 
Scoppio in lacrime leggendo una pagina di un romanzo, ascoltando una canzone, una poesia o guardando un quadro. La mente non distingue tra ciò che è “finzione” e ciò che è “realtà” se questa finzione provoca emozioni, e dunque ricordi.
La morte di Beth in “Piccole Donne crescono” è una cosa che ho vissuto in prima persona. 
A Ginevra, durante una notte insonne (un’altra) ho ascoltato “Alla sera” di Foscolo interpretata da Roberto Herlitzka su questo video di Youtube e ho aperto la fontanella.
La scena “Le nozze rosse” de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” mi ha fatto impazzire: ho avvertito un buco proprio al centro del petto, un misto di dolore, rabbia e compassione.
Al termine della mostra “Van Gogh Experience” a Roma le mie amiche sono dovute venire a raccattarmi perché me ne stavo in un angolino tremante ed emozionata e un po’ fuori di me.
Due mesi fa, al concerto dei Radiohead a Monza non mi sono nemmeno accorta che durante l’esecuzione di ‘Exit Music (for a film)’ stavo piangendo: ero totalmente rapita dalla musica. Cantare a squarciagola “Black” durante il concerto di Eddie Vedder a Firenze mi ha aiutata a spingermi fuori da un periodo buio della mia vita. 
Per me, tutto questo non è accessorio, è fondamentale. Terapeutico.
Io funziono così. Perciò se mi concentro su cosa è meglio fare per “esistere” sul web, smetto di esistere nella vita reale e la cosa non mi conviene.

Perciò a chiunque me lo chieda o me lo faccia notare, in buona o cattiva fede, dirò che no, non sarò regolare nella pubblicazione dei miei post, o delle foto, o dei Tweet (mamma mia, Twitter non lo apro da una vita).
Lo farò quando crederò di avere qualcosa di interessante (secondo me) da dire, da comunicare, da condividere. Con buona pace dell’anima se questo renderà di me un dinosauro del web.
Diciamola così: chiedo comprensione a chiunque mi legga, perché non sono degna di essere una social-qualcosa. Scrivo e basta. Probabilmente non sono degna nemmeno di questo, ma ci provo lo stesso.
Potrei dire che il web è come un romanzo: i punti di svolta degni di nota, le frasi a effetto che ti entrano dentro e ti cambiano il modo di pensare e di sentire, i personaggi mitici, sono pochi.
Il resto, fa solamente volume.[3][4]

 


[1] Per incidens, la frase a caso in questione era “Qualsiasi idiota può superare una crisi; è il quotidiano che ti logora” tratta dai Quaderni.

[2] Per questo credo sia meglio, laddove possibile o necessario, affidarsi a professionisti, che fanno di questa dimensione di presenza on-line un mestiere a tempo pieno. Perché, di fatto, lo è.

[3] Secondo gli esperti questo articolo è troppo lungo. Tuttavia, spero ne apprezzerete lo stile colloquiale, unico frutto immaturo della mia lettura dei manuali sulla gestione dei social.

[4] P.S.: Una mia amica, leggendo il post, lo ha sintetizzato con un “non esisto, ma faccio buona arte”. Non so voi, ma a me questa frase piace un sacco e sento che mi calza a pennello. Molto di più, comunque, di “controllo gli Insigths e sono subito da te”.

 

Presentazione del romanzo “Canterà il gallo” a Roma

Domenica 2 Aprile, alle ore 18:00, presento il mio romanzo “Canterà il gallo” a Roma, nella cornice di uno dei quartieri più belli e caratteristici di Roma, il Pigneto, presso “Tuba Bazar”, bar-libreria gioiellino dell’isola pedonale.
In compagnia dello scrittore Marco Capoccetti Boccia, che farà da relatore, trascorreremo insieme un’ora tranquilla e rilassata, magari sorseggiando…

Apologia della noia

Dentro di noi vi è certamente un mondo inesplorato.
Per poterne calcare i sentieri è imprescindibile alleggerirsi del fardello della soddisfazione immediata e della ricerca del divertimento a tutti i costi.
Per poterlo visitare in lungo e in largo e trovare la propria vera strada, insomma, bisogna annoiarsi.

Che sia per ascoltare ciò che ha da dire la nostra voce interiore o per dedicarci a ciò che aneliamo portare a termine, è necessario avere a che fare con la noia.

Per quanto mi riguarda, per scrivere un romanzo, è indispensabile che io mi annoi.

Quello che intendo, lo spiego meglio qui, nel sito dell’editore Flower-ed.

Buona lettura!

La scrittura è un muro a secco: parola di Neil Gaiman

[Suggerimento musicale per la lettura: Led Zeppelin: Stairway to Heaven]

“Uno scrittore professionista
è un dilettante
che non ha mai mollato”
Richard Bach


Siamo a Novembre, tempo di NaNoWriMo.
Come l’anno scorso, anche quest’anno mi sono buttata nella kermesse internazionale.

Rispetto all’anno scorso, però, il mio Guardiano della Soglia è meno agguerrito. Abbiamo imparato a conoscerci meglio, noi due.
Di tanto in tanto ci prova ancora a dissuadermi mordendomi, ma non ci faccio più tanto caso. Lo so che mi vuole bene: è come un cucciolo di drago che involontariamente mi graffia giocando.
Non è cattivo. È la sua natura.
Scrivere, è la mia.

In questo articolo, però, non voglio parlare del NaNo. 
Desidero parlare di scrittura, ed esattamente di un momento particolare della scrittura che in un altro articolo, mutuando un termine dal processo alchemico, ho chiamato “Opera al Nero“.
Avviene nel bel mezzo della prima stesura, quando oscillo tra portare a termine il romanzo e la voglia di gettare tutto ed emigrare in un altro Stato.

Qui di seguito riporto un consiglio, utilissimo quando mi trovo su quella sottile linea di confine, dato da uno degli autori che ne fornisce di migliori. 
Si tratta di Neil Gaiman.
Il pezzo originale l’ho trovato qui, sul sito del contest NaNoWriMo, e l’ho tradotto.
Anche lui è un Membro della Gilda delle Mani Inchiostrate, un veterano. Perciò vale la pena dargli ascolto.

Spero che non ci siano errori troppo vistosi nella traduzione di una lettera che, a mio avviso, coglie completamente non una, ma la difficoltà dello scrittore.
Io la trovo molto vera, ed è ciò che accade anche a me.
Leggerla mi conforta.
Mi auguro che funzioni così anche per te.


“Caro Autore NaNoWriMo,

ormai sei probabilmente pronto a rinunciare. È passato quel primo, splendido rapimento furioso quando ogni personaggio e idea sono nuovi e divertenti. Non sei ancora in quella epocale parabola discendente, quando parole e immagini capitombolano fuori dalla testa a volte più velocemente di quante puoi trattenerne sulla carta.

Sei nel mezzo, un po’ oltre il punto a metà strada. Il fascino è svanito, la magia è andata, la tua schiena fa male per il troppo digitare, la tua famiglia, amici ed e-mail casuali di conoscenti sono passate dall’essere di incoraggiamento o almeno di accettazione al lamentarsi che non ti vedono più – e che anche quando lo fanno – che sei preoccupato e per niente divertente.

Non sai perché hai iniziato il tuo romanzo, non ricordi più perché hai immaginato che qualcuno vorrebbe leggerlo, e sei abbastanza sicuro che anche se lo finisci non sarà valsa la pena, il tempo o l’energia, e ogni volta che ti fermi abbastanza a lungo da confrontarlo con la cosa che avevi in testa quando hai cominciato – uno scintillante, brillante, meraviglioso romanzo, in cui ogni parola sputa fuoco e brucia, un libro così buono o migliore del miglior libro che tu abbia mai letto – è così dolorosamente inadeguato che sei abbastanza sicuro che sarebbe un atto di misericordia semplicemente cancellare l’intera faccenda.

Benvenuto nel club.

È così che i romanzi vengono scritti.

Tu scrivi. Quella è la parte dura che nessuno vede. Scrivi nei giorni buoni e scrivi nei giorni schifosi. Come uno squalo, devi continuare a muoverti in avanti o muori. La scrittura può essere o no la tua salvezza; potrebbe o essere o no il tuo destino. Ma questo non importa. Ciò che conta in questo momento sono le parole, una dopo l’altra. Cercare la parola successiva. Scriverla. Ripetere. Ripetere. Ripetere.

Un muro di pietre a secco è una bella cosa quando vedi che delimita un campo nel bel mezzo del nulla, ma diventa ancora più impressionante quando ti rendi conto che è stato costruito senza malta, che il costruttore necessitava di scegliere ogni pietra ad incastro e inserirla. Scrivere è come costruire un muro. È una continua ricerca della parola che si adatta al testo, alla tua mente, alla pagina. Trama e carattere e metafora e stile, tutto questo diventa secondario alle parole. Il costruttore di parete erige la sua parete una pietra alla volta finché raggiunge il fondo del campo.

Se non lo costruisce non ci sarà. Così lui guarda in basso il suo mucchio di rocce, prende quella che meglio si adatta al suo scopo, e la inserisce.

La ricerca della parola non si ottiene facilmente, ma nessun altro scriverà il tuo romanzo per te.

L’ultimo romanzo che ho scritto (era i ragazzi di ANANSI, nel caso te lo stia chiedendo) quando ero a tre quarti del percorso, chiamai il mio agente. Le dissi quanto mi sentissi stupido a scrivere qualcosa che nessuno avrebbe voluto leggere mai, quanto inconsistenti fossero i personaggi, quanto inutile la trama.

Ho fortemente suggerito che ero pronto ad abbandonare questo libro e scrivere piuttosto qualcosa di diverso, o forse avrei potuto abbandonare il libro e intraprendere una nuova vita come giardiniere di giardini all’inglese, rapinatore di banche, cuoco o biologo marino. E invece di simpatizzare o concordare con me, o spingermi in avanti con un’ondata di entusiasmo — o anche litigare con me — disse semplicemente, sospettosamente allegra, “Oh, sei a quella parte del libro, vero?”

Ne fui scioccato. “Vuoi dire che l’ho già fatto prima?”

“Non ti ricordi?”

“Non proprio.”

“Oh sì,” ha detto. “Lo fai ogni volta che scrivi un romanzo. Ma fanno così anche tutti gli altri miei clienti”.

Non ero nemmeno unico nella mia disperazione.

Così misi giù il telefono e mi portai fino alla caffetteria in cui stavo scrivendo il libro, riempii la mia penna e continuai a scrivere.

Una parola dopo l’altra.

Questo è l’unico modo in cui i romanzi vengono scritti e, a meno di elfi che arrivano durante la notte e trasformano le tue note confuse in Capitolo Nove, è l’unico modo per farlo.

Quindi continua a perseverare. Scrivi un’altra parola e quindi un’altra.

Molto presto sarai nella parabola discendente, e non è escluso che presto sarai alla fine.

Buona Fortuna…

Neil Gaiman”


Buona scrittura a tutti, una parola dopo l’altra.

 

 

La Gilda delle Mani Inchiostrate (o degli scrittori)

[Suggerimento musicale per la lettura: Ludovico Einaudi_Divenire]

“Appoggi piede contro piede, scudo a scudo
il cimiero al cimiero, l’elmo all’elmo,
s’accosti, petto contro petto, e lotti col nemico
brandendo l’elsa della spada o l’asta.”
Tirteo, guerriero spartano

 

Ho avuto una intuizione mentre lavavo i pavimenti. Mi accade spesso.
Non di lavare i pavimenti, ma di avere intuizioni nei momenti di fatica fisica, in barba agli asceti e ai mistici puri.
Questa intuizione, dicevo,  è saltata fuori da un ricordo.
Mentre strizzavo lo straccio – chissà se esiste un collegamento – mi è tornata alla mente una bellissima intervista fatta ad Alan Moore[1] , nel dettaglio un piccolo passaggio, quello di quando dice – e lo riporto a parole mie, l’intervista completa la trovate qua – che gli scrittori che ci hanno preceduti formano tutti insieme, travalicando i limiti di spazio e di tempo, una sorta di famiglia, una comunità.

Remember that this tradition is glorious and noble, remember all the men and women who have accomplished things before you. That is the company, that you are hoping to keep
Una gilda, mi permetto di specificare io.

Non è la prima volta che ripenso a questo concetto. Mi è già capitato.
Soprattutto, mi torna in mente ogni volta che mi sento bloccata e il mio caro, vecchio Censore – di cui ho scritto qui – acquisisce forza, a discapito della mia scrittura.
In quei momenti, ripenso a questa “gilda”.
Rifletto sul fatto che in quel preciso istante, in questo preciso istante, ovunque nel mondo – al netto dei fusi orari, ça va sans dire – altre decine, centinaia, ma che dico: migliaia di scrittori sono seduti a una scrivania, a scrivere.
L’immagine mi strappa sempre, sempre, sempre un sorriso.

N. Gaiman scrive spesso a mano con penne stilografiche

N. Gaiman scrive spesso a mano con penne stilografiche

Con gli occhi della mente vedo Neil Gaiman che butta giù con la penna stilografica su uno dei soliti taccuini neri la sua prossima storia.
George R. R. Martin che si dispera davanti a un monitor bianco, lottando contro i suoi dubbi – come lui stesso ha affermato di fare, nonostante i suoi successi, nella parte finale di questo video dove intervista Stephen King. Lo stesso King che digita forsennatamente sulla tastiera del pc al suono della sua amata musica Metal, chiuso nel suo studiolo al secondo piano della sua villa nel Maine. O, senza andare lontano, i miei colleghi conosciuti durante il NaNoWriMoSerena Bianca De MatteisEster Manzini e tanti altri alle prese con una nuova opera.

Tutti insieme, appassionatamente, compresi quelli che non ci sono più: Charles Dickens, Fëdor Dostoevskij, Louisa May Alcott, Jack Kerouac, Umberto Eco, Gabriel García Márquez, Virginia Woolf e ancora e ancora, e tutti quelli di cui, vivi o morti, non conosco il nome, che non hanno mai pubblicato o che scrivono in lingue a me incomprensibili.
Tutti lì, testa bassa, a infilare una parola dietro l’altra. A combattere, come scrive Steven Pressfield nel suo saggio “The War of Art”, come guerrieri questa vera e propria guerra, senza esclusione di colpi.
Una lotta che è insieme con se stessi e con il mondo esterno.
Una guerra contro i pregiudizi, gli errori, la mancanza di tempo, i rimpianti e i rimorsi, la scarsa autostima, le bollette, l’età, le aspettative altrui, il ritiro costante di un lavoro solitario; insomma: l’abisso arcano e doloroso che precede qualsiasi atto creativo, compreso il parto, il più antico, naturale e necessario di tutti.
Una lotta che diventa logorante nella seconda fase della prima stesura che io, mutuando un termine dall’Opera alchemica, chiamo Nigredo – e di cui ho scritto qui.

La scrittura è una questione di autostima.
Dubitare di se stessi, del proprio valore, delle proprie capacità, pensieri, sentimenti, non aiuta di certo l’atto di esprimersi.
A chi interesserà mai quello che ho dentro?
A chi importerà leggere questa storia che è venuta a me in modi inaspettati – e sacri, io credo – e che mi affanno così tanto a rendere leggibile?
Ci vuole molta forza di carattere per trovare la costanza di rimanere seduti, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, alla stessa sedia, nel disperato tentativo di rendere intelligibili le figure confuse che si accavallano senza tregua nel proprio animo.
Per cercare di rendere nella corrotta forma scritta la perfezione delle visioni che si intravedono, come labili barlumi, dentro di noi.

Io non so se scrittori si nasca o si diventi.
Credo che siano possibili entrambi gli scenari.
Alcuni lo sono naturalmente e, nati sotto una buona stella, seguono la corrente sulla quale si trovano scivolando con naturalezza e grazia tra le onde.
Altri decidono di esserlo e, malgrado condizioni avverse, lottano e combattono in mare aperto contro i marosi e le tempeste reggendo saldamente il timone.
Le due situazioni non si escludono nemmeno vicendevolmente e, per alcuni, le cose si intrecciano in forme originali e sempre diverse.
Per quanto possano trattare lo stesso genere, avere la stessa cifra, stile o carattere simili, due scrittori non si assomigliano più di quanto non lo facciano  due fiocchi di neve.
Ognuno ha una storia propria, un percorso, un sogno, un obiettivo differenti.
In qualsiasi quantità siano mescolati questi ingredienti, e nonostante la varietà dei sapori e delle forme, una sola cosa è certa: tutti gli scrittori, indistintamente, hanno creduto, in un modo o nell’altro, nella propria visione, seguendola senza badare al prezzo da pagare, alla fatica, ai conflitti quotidiani o all’eremo volontario di questo lavoro solitario.
Aristotele diceva: “noi siamo quello che facciamo ripetutamente. Perciò l’eccellenza non è un’azione, ma un’abitudine”.
E se uno scrive tutti i giorni, pubblicato o meno, noto o meno, valevole – per la maggiore – o meno, allora è uno scrittore.
Quel qualcuno ha raccolto la sfida e, intrepido, ha inseguito quella visione come un cacciatore che insegue la sua preda dalla quale dipende la sua sopravvivenza.

Perciò mi rivolgo a chiunque legga questo articolo e si riconosca in queste parole, mentre scrolla verso il basso la pagina con le dita sporche di inchiostro, come le mie.
Sei nella mia squadra.
Chiunque tu sia, per qualsiasi ragione tu lo faccia – gioia, disperazione, sfida, necessità, divertimento, rivalsa, vocazione, impeto di follia e chi più ne ha più ne metta – voglio che tu sappia che ti comprendo dal profondo del mio cuore e che, nonostante il silenzio nel quale sei immerso – probabilmente proprio in questo stesso momento – e la solitudine che accompagna questo lavoro, non sei solo, perché io combatto accanto a te.

Tu e io, insieme ai fantasmi di coloro che ci hanno preceduti e a tutti gli altri scrittori viventi su questo meraviglioso e terribile pianeta che, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, combattono questa guerra.

Siamo la Gilda delle Mani Inchiostrate.
E siamo implacabili.

(Leggi la Promessa di una Mano Inchiostrata)

Un giorno imparerò a caricare le mie penne senza sporcarmi. Ma non è questo.

Un giorno imparerò a caricare le mie penne senza sporcarmi. Ma non è questo.

 


[1] : se vi piace Alan Moore, non perdete questa lunghissima e splendida intervista, sottotitolata in italiano